Che cos'è una psicoterapia?
Sembra che occorra sempre un’offerta per provocare una domanda. Detto altrimenti, la vostra domanda non saprebbe ciò che vuole se non incontrasse la suggestione di un’offerta messa in vetrina.
Ora, non è questo il caso in psicoterapia. Qui è la vostra domanda, basata sulla ferma convinzione che esista da qualche parte un saggio capace, con la parola, di guarire la vostra difficoltà psichica che crea l’offerta.
Per dirlo altrimenti, lo statuto di psicoterapeuta è una conseguenza, la conseguenza di un appello ingenuo convinto dell’esistenza e del potere di un tale saggio: è questa invocazione che lo mette in vetrina.
Ma che ne è del suo sapere ?
È qui che le difficoltà hanno inizio. Per il fatto che le concezioni a proposito della causalità della sofferenza psichica e sui mezzi di porvi rimedio sono, ben inteso, molto numerose. E tale pluralità comincia ben presto, a partire dalla filosofia greca in cui d’altra parte la tendenza analgesizzante – così è lo stoicismo – sembra meglio elaborata che nell’epicureismo. Come se ciò da cui innanzitutto occorresse difendersi fosse il dolore psichico.
Pare che oggi ci siano circa 700 diversi metodi di psicoterapia, ma è verosimile che un attento esame permetterebbe di riunirli in alcuni grandi gruppi, fondati su concezioni etiche specifiche.
L’ultimo venuto è, ovviamente, “scientifico”, si tratta del cognitivo-comportamentale. Opta deliberatamente per trattare il cervello come se fosse un computer e per ritenere che i sintomi sono legati a un funzionamento difettoso dei circuiti. Per guarire sarebbe sufficiente riparare queste sconnessioni con una rieducazione graduale.
In tale modo di procedere si tratta di separare la soggettività e il comportamento, per meglio ripararlo. Tale metodo, che si suppone moderno – e scientifico – raggiunge di fatto una tradizione della saggezza comune – non solo orientale – che consiste nel fare il morto – agire come una macchina – per risparmiarsi il dolore della vita. E lasciamo stare i rischi del primato dato all’adattamento all’ambiente quando si sa che questo rischia di essere gravemente malato. In ogni caso ci stupisce che la nostra società “liberale” secerna ideologie identiche a quelle dei paesi totalitari.
Ma se la psicoterapia manca di un sapere costituito e utile a funzionare da referenza, come insegnarla?
Certo, esistono “Istituti di formazione” privati ma la loro pluridisciplinarietà – potete impararvi tutti i metodi più alla moda, compresa la psicanalisi resa in tal modo scolare – lascia temere che la loro intenzione non sia solamente scientifica. D’altra parte la pressione di queste “Federazioni” di psicoterapeuti sui poteri pubblici per vedersi riconosciuta l’esclusività di un mercato con il riconoscimento legale del loro diploma ha messo a nudo un “vuoto giuridico” che fin qui ciascuno aveva considerato senza preoccupazione. Da qui l’emendamento Accoyer per imporre un diploma universitario. Esso lascia tuttavia in sospeso la questione della possibilità stessa dell’insegnamento. Oltre alla diversità evocata, l’ambito considerato è sicuramente quello in cui l’equazione personale gioca la parte più importante. Tra l’acquisizione di un sapere e la sua pratica vi è un gap in cui s’insinua l’essenziale del vostro essere.
Allora il rimedio sorge spontaneo : bisognerà che lo psicoterapeuta segua una psicanalisi personale.
Eppure, non è sicuro. Per il fatto che una psicanalisi iniziata con fini professionali è fuorviata di principio. Si fa una psicanalisi per trattare un sintomo, non per far carriera. E se la psicanalisi è ben motivata all’inizio, il rischio è alla fine di diventare psicanalista e non più psicoterapeuta, attento dunque alla risoluzione del transfert e non più alla sua manipolazione.
Allora, dov’è la soluzione ?
Ma chi ha detto che ce ne sia sempre una?
Charles Melman
(traduzione di Alessandro Bertoloni)

