Come una donna desidera...
Sono ammirato per il modo in cui, con molto coraggio, lei è entrato in un soggetto particolarmente difficile e credo che il nostro modo di inaugurare testimonia del carattere delicato del problema. Perché se mettiamo in simmetria “desiderio di uomo, desiderio di donna” supponiamo, poniamo che una donna è castrata allo stesso modo di un uomo perché bisogna affidarsi a questa formula “altamente ineguale”: che non c’è desiderio, a parlare propriamente e per il fatto stesso della castrazione, che maschile e che una posizione desiderante implica in qualche modo una partecipazione alla posizione maschile.
Ora, come sappiamo, direi da una lunga esperienza sia privata sia istituzionale, la difficoltà è di fare in modo che una donna venga al desiderio, la difficoltà è di renderla desiderante secondo la formula di Lacan, che dice che è il desiderio dell’uomo che divide la donna. È una formula che illustra bene questo fatto, cioè che conviene in qualche modo che lei accetti, trovandosi lei stessa divisa da questo passaggio, [questa divisione] per accedere al desiderio. Nel complesso d’Edipo a cui ci riferiamo così facilmente c’è comunque una cosa meravigliosa: in che cosa il complesso d’Edipo può essere organizzatore per una donna, per una bambina? E se non lo è, quale sarebbe il mito suscettibile di rendere conto della venuta di una donna al desiderio? Ce n’è uno? È la questione che vi pongo e vorrei che mi aiutaste in questo: può essercene uno? Oppure non troviamo, in questo caso che da parte mia trovo interessante, che non può esserci organizzazione mitica che renda conto del modo in cui il desiderio sarebbe venuto a una donna? Allora a questo proposito voglio permettermi d’introdurre una notazione che spero non sembrerà spiacevole, nella misura in cui io la credo giusta, sia nella teoria sia nella clinica: è attraverso una partecipazione che secondo me bisognerebbe chiamare isterica, cioè in qualche modo per simpatia, per identificazione, per partecipazione all’inizio immaginaria, dico bene, all’inizio, che una donna parteciperebbe al desiderio e in particolare al desiderio maschile. Notazione che, come ho ricordato poco fa, Lacan corregge dicendo che è il desiderio dell’uomo che viene in qualche modo a farle divisione, corregge dandole in un certo senso una sanzione simbolica; ma è una sanzione simbolica che non viene, direi, per l’appunto, dall’Altro, che viene da quest’accidente che rappresenta un simile e che introduce qui nel gioco una dimensione che nell’Altro per lei non è presente.
Dunque permettetemi, se volete, dopo questo inizio che trovo molto brillante di Jean-Louis [Chassaing], molto documentato, molto ricco, ma che porta tuttavia a una conclusione comunque, pratica, clinica, permettetemi questa notazione sul fatto che non si può scrivere in simmetria desiderio di uomo-desiderio di donna. Quest’ultimo paziente, mister, così carino, mister “Are you a lesbian?”, devo dire che da parte mia, fondandomi su alcune notazione che ho ricordato perché so che vi sono familiari, avrei detto: “insomma dicendomi quello che è scritto sulla sua t-shirt”, perché questo era rivolto a lei comunque, “senza dubbio lei voleva dire che lei è come me, che anche lei ama le donne, il solo problema che la riguarda è che lei non saprebbe abbordarle che stando in mezzo a loro, dal loro stesso lato. Senza dubbio è proprio questa la questione che lei viene a pormi”. Grazie.
Charles Melman
Intervento del fondatore dell’Association lacanienne internationale alle giornate di studio di Milano del 17-18 settembre, a tema “Desiderio di uomo, desiderio di donna, che cosa dirne?”. L’intervento fa seguito alla relazione d’apertura di Jean-Louis Chassaing dal titolo “Mister, are you a lesbian?” (vedi questa sezione "Testi")

