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Consultorio di Psicanalisi

Il consultorio di psicanalisi "Edipo in città" di Milano è un luogo a cui potete rivolgervi per tutte le difficoltà che riguardano la vita privata, sociale o professionale.

Uno psicanalista vi ascolterà con attenzione per il tempo necessario a un orientamento. Eventualmente potrà guidarvi a compiere un passo destinato a risolvere il vostro disagio.

Il costo dei colloqui è accessibile a tutti.

Attività e settori di intervento
Oggi l'offerta di cura è spesso costruita a partire da un elenco di sintomi e di costellazioni sintomatiche transitate dal discorso psichiatrico al discorso comune: ansia, depressione, attacchi di panico, anoressia-bulimia, dipendenze, infertilità psicogena, disturbi del comportamento, disturbi nel'apprendimento, conflitti familiari, crisi di coppia, impotenza sessuale e altro ancora.

Il Consultorio di psicanalisi accoglie la domanda di chi accusa queste forme di disagio e in coerenza con la logica del discorso psicanalitico:

  • non classifica la sofferenza psichica in base a elenchi di sintomi, ma da' ascolto ai modi in cui il malessere si è costruito e si esprime;
  • mira a far emergere ciò che causa il sintomo;
  • costruisce le premesse per una cura sulla base della domanda e del desiderio di ciascuno.

Le consultazioni possono essere individuali, di coppia e familiari secondo necessità e opportunità.

 

 

Responsabile: Marisa Fiumanò
si riceve per appuntamento
tel. 3478445889 oppure 3382647110
presso la sede dell’Associazione lacaniana Internazionale - Milano
piazza Aspromonte, 13  20131 Milano
(MM 1 e 2 fermata Loreto uscita v.le Gran Sasso)

 

 

UN CONSULTORIO DI PSICANALISI ALL’UNIVERSITÀ: NOTE SULLE NUOVE SINDROMI

di Marisa Fiumanò

Comincerò con un breve commento del testo che Fabrizio Gambini ha messo in rete in preparazione di queste giornate. I due punti intorno a cui esso ruota meritano di essere sottolineati e ripresi.

Il primo punto afferma che la nozione di “disturbi di personalità” non prende in considerazione che questi “disturbi” hanno a che fare con la perdita della funzione della trascendenza nella nostra contemporaneità. Il secondo punto mette in rilievo che l’eccezione, cioè la patologia, si inscrive sempre nella stessa logica, nello stesso discorso della cosiddetta “normalità”. Gambini fa riferimento alla distinzione che Gherardo Colombo fa nel suo libro “ Sulle regole” ( Einaudi Torino 2008) tra comportamenti devianti e criminali e altre forme “patologiche”. In questo libro Colombo traccia un confine netto tra comportamenti che, pur avendo la stessa matrice, non hanno gli stessi sbocchi e non si traducono nelle stesse azioni. Ad esempio distingue tra una gelosia passionale che porta ad un uxoricidio ed una gelosia che invece produce una intensa sofferenza soggettiva. E’ il punto di vista di un magistrato, interessato agli effetti sociali di ciò che si considera normalità e di ciò che si considera devianza.

Fabrizio Gambini non solo non condivide questa differenziazione netta tra patologia e normalità ma prende le distanze anche dal discorso psichiatrico, pur essendo psichiatra lui stesso. Egli incentra la differenza fra il punto di vista analitico e quello psichiatrico (da DSM IV) sul fatto che il primo valorizza la dimensione della trascendenza, del principio di esteriorità, della necessità di un ordine simbolico di riferimento, mentre i teorici del “disturbo di personalità” ne ignorano l’importanza e perciò non possono che stilare inesauribili cataloghi di patologie, puramente descrittivi. La trascendenza comporta la dimensione del limite, del “no”, dice Fabrizio, e, se questa funzione viene a mancare, il limite può essere ritrovato solo nel Reale, ad esempio nell’atto omicida o criminale piuttosto che nell’abbuffata di cibo oppure nell’ uso di sostanze, vale a dire in forme diverse di dipendenza. Una tesi che non si può che sottoscrivere.

In ognuno di questi casi, infatti, si ha a che fare con un abuso esercitato sul corpo, sul proprio o su quello altrui, in una dimensione di eccesso che si configura come un eccesso di godimento , come un godimento senza limite che non può che collocarsi dal lato della pulsione di morte. Un godimento tendenzialmente illimitato non può che virare verso la pulsione mortifera, verso la distruzione di se stesso e/o dell’altro. Il godimento è infatti sempre godimento del corpo .

Quando il godimento è in eccesso, quando la barriera del limite fa difetto, il desiderio si eclissa. Non siamo più solo nella consueta e nota alternanza fra desiderio e godimento ma di fronte alla sparizione dell’uno e all’invadenza prepotente dell’altro. Una conseguenza incalcolabile della crisi della trascendenza e della mancanza della dimensione del limite é appunto l’eclissi del desiderio; l’evanescenza della capacità di desiderare è l’effetto di un godimento senza barriere perché il corpo, che è del reale, senza interdetto non si autoregola. Lacan fa riferimento ad un mito, il mito delle Danaidi condannate da Giove a riempire una botte bucata sul fondo, per espiare la colpa di aver ucciso i propri mariti nemici e stranieri. Quella botte, perennemente attraversata dall’acqua che cola via a causa di quel buco, è il nostro corpo e il flusso d’acqua è il godimento che lo attraversa inarrestabilmente senza mai colmarlo. Senza un principio regolatore esterno, per restare nella metafora del mito, senza una valvola che regoli la fuoriuscita sul fondo della botte, l’economia psichica tende naturalmente alla deriva. Tra il normale e il patologico è una questione di gradi, sosteneva Freud. Ora il termine “normale” viene da “norma”, normale è quindi ciò che ha a che fare con la norma e “normato” è ciò che si attiene ad una regola ; se non è “normata”, l’economia psichica, lasciata alle sue derive naturali, vira al patologico.

La caduta della funzione della trascendenza nella nostra epoca e nelle culture occidentali è al centro delle riflessioni di molti di noi, psicanalisti dell’ALI. Qualche anno fa abbiamo organizzato a Milano un convegno sul tema del trascendente e sulla rinascita del sentimento religioso in un mondo, per dirla con Marcel Gauchet , “disincantato”. Mauro Magatti, un sociologo di cui apprezzo la ricerca, in occasione della presentazione del mio libro ( “L’inconscio è il sociale”) faceva notare che la perennità della religione era dovuta al fatto che c’è nell’uomo un’insopprimibile necessità di credere e di fondarsi sulla trascendenza. Magatti ha appena pubblicato un libro importante e molto intenso, “ Libertà immaginaria”, che riflette sulla nostra contemporaneità dominata da quello che lui chiama con un acronimo CTN ( Capitalismo tecno nichilista). Anche lui sostiene la necessità e insopprimibilità della trascendenza ma come può farlo un cattolico: per lui la trascendenza è Dio. Per noi psicanalisti, laici e al tempo stesso sostenitori della necessità della trascendenza, come giustamente nota Gambini, la trascendenza non è quella della religione, non é fondata sulla credenza in un essere supremo, ma sulla esteriorità di una funzione terza, fondata sul linguaggio che ci preesiste e ci determina, una funzione che Lacan ha chiamato Nome/i del Padre.

Hiltenbrand nel suo libro: “Insatisfaction dans le lien social”, ricorda che questa funzione della trascendenza corrisponde al kantiano principio di eteronomia, vale a dire una legge che viene dall’esterno . Questa legge prevede l’eteros, l’estraneo, il diverso, è un antidoto alla paranoia , non riconosce solo lo stesso. Ad esempio prevede l’alterità delle donne, la loro non completa assimilabilità. Prevede anche, più banalmente, la diversità e alterità del nostro prossimo - che parli o meno la nostra lingua, che abbia o meno il nostro stesso colore di pelle- il rispetto per il suo discorso, l’attenzione per la sua diversità. Perché questo sia possibile è necessaria una distanza che solo un principio terzo può fornire. Questa funzione di terziarietà oggi è evanescente, possiamo constatarlo anche mettendoci semplicemente davanti al televisore: nei sempre più accesi dibattiti televisivi è presente un moderatore che in genere non può moderare alcunché, cioè non può occupare la funzione terza che dovrebbe. Si urlano parole, più che discorsi si intersecano rumori. La forma che assumono oggi i dibattiti televisivi dà la misura dello scarso valore attribuito alla parola. Conta solo zittire l’altro o renderne incomprensibile il discorso in una competizione selvaggia e senza regole.

Questa lunga premessa serve a dire quanto io condivida il taglio dato a queste giornate e quanto convincente mi sembri il discrimine tracciato da Fabrizio Gambini tra l’approccio psicanalitico e quello che ispira le definizioni del DSM IV. Tuttavia i cataloghi forniti dal DSM IV corrispondono, da un punto di vista descrittivo, alle sindromi descritte dai nostri pazienti. Sono organizzazioni di sintomi che abbiamo una certa difficoltà a ricondurre a forme sintomatiche classiche.

Attacco di panico”, ad esempio, è una definizione che non ci piace ma siamo sicuri che possa essere definito semplicemente una crisi d’angoscia che, in quanto tale, segnala la pressione del desiderio? Lacan definisce l’angoscia “un sentimento che non inganna” perché segnala con certezza, senza che sia possibile ingannarci come negli altri “senti-menti”, la pressione misconosciuta del reale.

L’attacco di panico è, certo, una crisi d’angoscia ma spesso unita a fenomeni di depersonalizzazione, alla dimensione di ciò che Lacan, nel suo seminario sull’angoscia, definisce “emoi”, spavento incoercibile. Possiamo allora ipotizzare che l’attacco di panico sia, certo, una crisi d’angoscia che contiene la dimensione di un reale sconosciuto per il soggetto ma che, al tempo stesso, si accompagni alla sparizione della dimensione del terzo; che sia un’esperienza del reale che l’angoscia tocca ma sciolta da ogni riferimento simbolico; potremmo dire che si tratta di un’angoscia slegata, che non può fare appello ad alcunchè.

Crisi di panico, o attacco di angoscia acuto, questa definizione è diventata di moda negli Anni Ottanta negli States con le classificazioni introdotte dal DSM IV. In genere è accompagnata da sintomi di conversione, di cui alcuni molto sgradevoli ( ad esempio sensazione di soffocamento) che ,una volta provati, si vive nel terrore di riprovare. Questo il fenomeno .

Proviamo a cambiare i termini con cui viene analizzato riferendoci a Freud e a quanto afferma nel capitolo 5 di “Psicologia delle masse e analisi dell’io” intitolato :“ Due masse artificiali: la chiesa e l’esercito”.

Freud analizza il fenomeno del panico in riferimento allo sgretolamento delle masse militari; gli sembra il caso più evidente e illustrativo di scioglimento del legame degli individui fra loro e di ciascuno con il capo. Il panico si diffonde quando nessuno più obbedisce agli ordini dei superiori e ognuno si preoccupa soltanto di sé senza tener conto degli altri. Poiché i legami reciproci sono venuti meno “si scatena una paura sconfinata, irragionevole”. Come mai, si chiede Freud, la paura ha acquistato proporzioni così gigantesche? Perché si scatena adesso e non in altre occasioni in cui i pericoli erano altrettanto o più gravi? La risposta di Freud è netta: il fatto che, nel fenomeno del panico, l’individuo pensi solo a se stesso attesta la cessazione dei legami affettivi . Questa affermazione, trasferita ai giorni nostri, equivale a dire che l’individualismo – situazione generalizzata , corrente sociale che corrisponde a l’individuo pensa solo a se stesso di Freud- è una conseguenza dello scioglimento del legame sociale. Dunque individualismo e possibilità di provare sentimenti di panico risultano strettamente legati. Il panico può essere un timore collettivo o anche timore di un singolo, aggiunge Freud, ma non c’è nessun dubbio che al panico corrisponda il disgregarsi della massa e con esso il venir meno di ogni riguardo per il prossimo. Freud prosegue poi con un istruttivo parallelismo tra il prezzo pagato per la coesione nelle formazioni religiose e in quelle politiche, come nel caso dell’allora nascente socialismo: questo prezzo è la durezza e intolleranza nei confronti di quelli che ne restano fuori.

La coesione dei gruppi, religiosi o politici, si mantiene coltivando la paranoia interna contro il fuori, sostiene Freud.

Vediamo dunque come Freud spieghi il fenomeno del panico sottolineando come esso debba essere correlato ad un unico tratto: lo scioglimento dei legami libidici interni alla massa sia in senso orizzontale ( fra simili) che in senso verticale ( di ciascuno col capo).

Nella nostra contemporaneità, in occidente, l’allentamento o scioglimento dei legami libidici nei luoghi in cui è previsto invece il legame ( la scuola, la famiglia, le istituzioni), è diventato quasi norma insieme al prevalere dell’individualismo. In questo senso i fenomeni d’angoscia hanno spesso le caratteristiche del “panico” descritto da Freud.

Ne facciamo esperienza nella clinica.

Quest’anno sto conducendo un servizio di consultazione dispensato dal Comitato Pari Opportunità dell’Università Bicocca. L’abbiamo chiamato Edipo all’Università e devo dire che questo significante, “edipo”, inaspettatamente funziona, ci sono molte domande , in genere di studentesse, probabilmente a causa dell’ente, Le Pari opportunità, che lo promuove. Inutile dire quanto questa iniziativa sia stata osteggiata dai sostenitori dell’indirizzo cognitivo-comportamentale.

In questo luogo, più spesso che in privato, mi capita di ricevere giovani donne che lamentano di soffrire di attacchi di panico. L’autodiagnosi è presa in prestito da riviste di divulgazione, da internet, dal discorso psicologico e psichiatrico cosicché dietro questa formula ci sono crisi d’angoscia che possono corrispondere a forme fobiche, possono accompagnarsi a vere e proprie forme di depersonalizzazione, a conversioni di tipo isterico, a inibizioni relative all’attività creativa e intellettuale. Queste crisi possono essere in rapporto con una qualche delusione sentimentale oppure presentarsi in soggetti che evitano qualsiasi possibilità di incontro col sessuale. In breve, la cosiddetta crisi di panico -il suo sopravvenire imprevedibile che lascia senza alcuna possibilità di reagire e che può abbinarsi a fenomeni somatici come mancanza di respiro, aritmie, vertigini e così via- può avere significazioni profondamente diverse. La conversione somatica repentina e mutevole può far pensare all’isteria ma si tratterebbe di un’isteria in cui l’appello al padre risulta completamente senza appigli. Una forma di isteria moderna in cui fa difetto la trascendenza. Freud ha chiamato Hilflosigkeit lo stato di senza soccorso, di derelizione vitale in cui si trova il piccolo d’uomo . L’esperienza dell’attacco di panico assomiglia a questo stato: il simbolico non viene in soccorso del soggetto per contenerlo nella sua cornice. Si tratta di momenti di abolizione soggettiva che assumono le caratteristiche di stati di vera e propria catastrofe e che lasciano senza alcuna possibilità di appello. E’ un confronto col reale sganciato dal registro del simbolico. Il panico può sopravvenire di fronte al reale del sesso, ad esempio, anche in assenza di qualsiasi inibizione sessuale: molte giovani donne non hanno inibizioni sessuali, godono come uomini ma possono smarrirsi radicalmente nel caso di una delusione amorosa.

Non ho una casistica sufficiente per affermarlo con certezza ma i cosiddetti attacchi di panico sembrano più frequenti nelle donne, certo a causa del rapporto delle crisi di panico con l’isteria.

Vi propongo una vignetta clinica: una giovane donna che tutti considerano votata ad una carriera brillante non riesce a concludere una importante ricerca e passa giornate intere davanti allo schermo del computer paralizzata nel corpo e nel pensiero. Figlia e studentessa esemplare, ciò che le è sempre riuscito “facile”, essere brillante negli studi, adesso le è diventato impossibile. Ed è l’angoscia: non si riconosce più ma non vuole rinunciare a “padroneggiare” la sua vita, come ha sempre fatto. Il risultato del conflitto tra l’immagine narcisistica di sé che ha sempre assicurato la sua identità e l’inibizione che le fa rischiare il fallimento provocano violente crisi d’angoscia. La scuola prima e l’Università poi hanno funzionato come referenti simbolici che si appresta ad abbandonare per un orizzonte che non riesce ancora a prefigurare. La brillantezza fallica non garantisce più la sua identità in assenza di uno sfondo in cui inquadrarsi. Quanto ai rapporti con l’altro sesso sono rapporti “random” con amici con i quali ha scambi sessuali senza ingaggio, che contemplano una certa affettività ma non un legame. L’operazione che compie è quella di una sistematica abolizione della dimensione del desiderio. Non vuole saperne del proprio, si interroga poco su quello altrui perché si tratta di debolezze che la distraggono dalla meta. Vuole la riuscita ma, attraverso l’inibizione, cerca lo scacco.

Questa modalità di misconoscimento delle proprie ragioni inconsce ha i tratti della modernità e risponde ad un modello di donna che la nostra cultura egualitaria contempla e promuove. D’altronde lo stesso servizio di consulenza è offerto da un Comitato di pari opportunità Tuttavia il sintomo, l’inibizione, e l’angoscia paralizzante insistono nel ricordare che non tutto è padroneggiabile, la sessualità in primis.

Gli attacchi di panico non spaventano solo chi ne soffre: so di psicanalisti che consigliano a giovani donne isteriche di tenere in tasca un farmaco, “per le urgenze” .

Per un’altra ragazza invece le crisi di panico e l’angoscia esplodono sempre in coincidenza con una delusione sessuale. La corrispondenza salta agli occhi ma anche in questo caso è misconosciuta. Come se la dimensione di fragilità insita nella domanda di conferma della propria identità che una donna pone ad un uomo, non fosse contemplata , non fosse permessa. Come se, anche in questo caso, una donna non potesse ammettere paure, fragilità, incertezze, né la sua alterità. Quale funzione terza la garantirebbe, la conterrebbe? C’è un discorso che la contempla? Oppure le “pari opportunità” sono “pari” in quanto obbligano ad una performance simile a quella maschile?

La posizione terza,“altra”, può essere occupata da una donna solo se nella cultura, nel sociale e nel discorso che li annoda è presente una funzione simbolica che sostiene la femminilità e che la valorizza.

E’ come se le giovani donne che incontro, oggi più che mai, evitassero la femminilità perché il rischio che comporta è insostenibile. La fragilità della trascendenza rende più difficile l’assunzione del proprio sesso. A causa della sua fragilità il grande Altro non fornisce più supporto e rende tendenzialmente indifferenziate le posizioni sessuate. La cosiddetta crisi di panico, allora, si verifica quando l’identificazione – o l’identità che è la sua solidificazione- si sgretola e il soggetto perde ogni orientamento e contenimento simbolico. Il problema maggiore, più che la fragilità del soggetto , è l’ evanescenza o, a voler essere meno pessimisti, la sregolatezza e la caoticità del simbolico. La scommessa della clinica è di sostenere e far circolare comunque il desiderio del soggetto: il discorso dell’analista allora, in quanto discorso dell’Altro, assume funzione di supplenza di un referente terzo zoppicante e si fa rimedio al venir meno della trascendenza.

Marisa Fiumanò

Relazione pronunciata in occasione delle Giornate su “I disturbi di personalità” AlI in Italia, Torino, 5 Giugno 2010.