LA PSICANALISI CON LACAN Una specie di umanesimo: testo, sapere, trasmissione di Alessandro Bertoloni
Comunicazione fatta al convegno in occasione del trentennale della morte di Lacan. Casa della Cultura Milano 16 novembre 2011
La possibilità che mi è stata offerta di prendere la parola questa sera, in occasione del trentennale della morte di Lacan, si è ben presto tradotta in me nell’individuazione dei contenuti del transfert che mi lega a lui e che mi ingaggia nel discorso psicanalitico. L’affaire è ovviamente intricato: da una parte esso si coniuga con una serie di rapporti che mi hanno portato alla psicanalisi e a Lacan; e questo è un côté che non riveste alcuna importanza qui; vista la mia collocazione biografica, inoltre – Lacan è morto quando ero al ginnasio –, non possiedo nessuna esperienza diretta della sua persona e il mio accesso alla sua figura e al suo tragitto culturale è ovviamente mediato, di secondo grado.
D’altra parte, posso dire che è con Lacan, e con il discorso della psicanalisi promosso e alimentato da Lacan, che alcuni elementi per me rilevanti, che hanno caratterizzato il mio percorso e il mio pensare, possono non restare schiacciati sotto il peso della formulazione dogmatica (di qualunque segno sia) o della ripetizione perfetta, esaustiva e annoiata, ma mantengono i caratteri dell’apertura dinamica e della vivacità intellettuale, come veri e propri “scandali” per la mente, intendendo il senso del termine greco scandalon come “inciampo”, “ostacolo” che obbliga sempre ad arrestarsi (e, certo, in questo è anche benefica “molestia”).
Dunque ci sono dei nuclei che mi interessano particolarmente, dei “grumi” tematici si potrebbero chiamare, perché raccolgono e condensano più voci della clinica e della riflessione teorica su cui spesso ritorno: tale connotazione di “ripresa”, tra l’altro, si può ben cogliere dal procedere del lavoro di Lacan, un lavorìo che a volte mi sembra abbia a che vedere più con l’ermeneutica biblica – tesa a decifrare e portare in superficie i diversi strati di senso del testo (sacro) procedendo concentricamente e tornando spesso, e solo apparentemente ripetendoli, ma in realtà approfondendoli e facendoli evolvere, su punti già visitati – e meno con la logica di un trattato sistematico. (Certo non bisogna dar adito a confusione, anzi bisogna ben distinguere: siamo distanti dal concetto di interpretazione infinita, e dalla ricerca di un senso che deve essere portato alla luce – è la sophia di cui ci si può dichiarare philos – o che ci viene rivelato da un dio – theos – come logos. Ma si va troppo lontano...)
Prima di elencare questi temi faccio ancora un’osservazione preliminare, che indica, con il resto, uno dei motivi per cui “rimango legato” a Lacan. Normalmente si pensa al tragitto biografico di una persona come una retta il cui punto di partenza è la nascita (per lo meno culturale) e che si chiude all’altro estremo con la morte; nel caso di persone che “hanno un seguito”, un’eredità culturale e intellettuale si sarà d’accordo nell’immaginare che la retta non si ferma con la morte ma prosegua, magari tratteggiata e capace di filiazioni diversificate e molteplici, e metta così in evidenza itinerari da percorrere, per prosecutori, eredi, e anche detrattori. Percepisco la retta di Lacan tratteggiata in entrambi gli estremi: da una parte c’è ovviamente il seguito, coloro che portano avanti, con il lavoro clinico e con la riflessione, una mole enorme di intuizioni che Lacan ci ha lasciato; ma dall’altra parte Lacan non cessa di fare riferimento soprattutto al lavoro e agli scritti di Freud che sono il riferimento imprescindibile (ricordiamo, «Moi, je suis freudien…») per il suo e per il nostro lavoro. L’osservazione può sembrare banale agli addetti ai lavori lacaniani, ma a ben vedere non lo è, e mi sembra sempre opportuno ripeterla, visto quanto può essere marginale il riferimento al corpus freudiano nell’ambito psi…
Vengo dunque ai temi (ne dirò tre) che mi accompagnano nel lavoro: e sarà forse per la fascinazione che connota il mio “transfert lacaniano”, ma anche solo la loro semplice enucleazione mi sembra risuoni come le caratteristiche peculiari di una specie di umanesimo (certo una specie sui generis, a contrario, in cui non c'è una metafisica di riferimento o un'essenza che fonda successivi sviluppi).
-
L’attenzione “clinica” al testo. Chi frequenta l’insegnamento di Lacan sa che deve fare i conti con degli Écrits imprescindibili, ma anche con quella particolare forma di testo orale-scritto dei Seminari: in essi Lacan testimonia la sua fedele e precisa frequentazione al testo di Freud sulla quale poggia la qualità e la radicalità del suo “ritorno”. E come la rilevazione (e rivelazione?) che l’inconscio è strutturato come un linguaggio non cede alle derive di una linguistica che presto cade nella linguisteria, così il riferimento al testo di Freud – e per noi anche al testo di Lacan – non ha tanto a che vedere con la filologia ma riguarda la non meno difficile, minuziosa, paziente arte dell’ascolto esercitato nella clinica, in cui ciò che è parlato può avere più pertinenza del senso di ciò che è detto e il non detto nascosto nelle pieghe del discorso più rilevanza dei fiumi di parole pronunciati. La portata di questa particolarissima attenzione al testo – testo di Freud, di Lacan, “testo” dell’analizzante – credo sia una specificità della psicanalisi e un insegnamento forse “non detto” ma certamente praticato da Lacan; ma soprattutto penso sia la via specifica che ci orienta al sapere della psicanalisi. Che è il secondo tema.
-
Il sapere della psicanalisi. Il sapere della psicanalisi non ha a che vedere con l’ontologia ma è un’etica. Il primo testo di Lacan che ho accostato, qualche anno fa, all’interno del gruppo di lavoro dell’ALI-Milano è stato proprio il seminario L’etica della psicanalisi. Etica della psicanalisi significa e comporta l'impossibilità di ridurre il soggetto alla sua dimensione neurobiologica o cognitiva il cui trattamento, nel caso, terapeutico, non potrebbe che essere (ed è di fatto) farmacologico, o rieducativo del comportamento. Significa dunque una tensione perché si mantenga un “luogo” in cui il soggetto, sostenuto dalla possibilità di essere inteso come parlessere (includendo, e non aggredendo, anche la traduzione sintomatica che fa di sé) può ritrovare i fili significanti che lo tessono strutturalmente per rendere fattibile l’assunzione della propria storia, storia dei propri significanti da cui è costituito. Significa anche, infine, che se c’è una verità, è la verità di questo sapere, una verità che non è data dall’immagine che il soggetto ha di sé ma dalla parola che lo parla (ça parle). Questa etica è comunicabile? E se lo è, in che modo e con che effetti? È la terza voce che vorrei brevemente sottolineare.
-
La trasmissione di un diverso sapere. So che il tema è oggetto questa sera dell’attenzione anche del collega Paolo Scarano. Anche per me questo fatto della comunicabilità dell’etica della psicanalisi, il dispiegamento degli effetti della psicanalisi provoca grande curiosità e interesse.
Mi sembra interessante ricordare quanto Charles Melman scrive in proposito. In L’Homme sans gravité egli ricorda che ciò che si trasmette è essenziale per ciascun soggetto ma che oggi, nella nuova economia psichica, cioè l’economia psichica del soggetto contemporaneo, la questione della trasmissione fa problema. Precedentemente si trasmetteva, tra generazioni, un certo modo di comprendere il mondo e di situarvisi, e ciò tramite una serie di elementi che erano presenti anche se non erano enunciati: Melman osserva inoltre che “oggi” le generazioni sono caratterizzate dalla rivolta contro ciò che chi li precede ha voluto trasmettere loro: già ma che cosa ha tramesso? È tramessa una posizione sociale, e tutto lo sforzo per accaparrarsela e per mantenerla, un certo sapere dunque, ma direi un sapere “di conquista” e “di resistenza”. Un sapere che regna sovrano e che, a dispetto delle apparenze, è fine a se stesso, ed è solo tekne: lo si ritrova, nella forma più palese nella predominanza di quel discorso della tecnoscienza e dei suoi effetti a cui siamo resi sensibili dall’insegnamento di un altro psicanalista lacaniano, maestro autorevole ben conosciuto in questa sede, Jean-Paul Hiltenbrand.
Invece, ciò che è importante nella trasmissione, e credo che sia proprio la psicanalisi di Lacan a dircelo, non è il sapere, ma il rapporto al sapere: «l’important c’est ce qui le fonde, sa relativité, ses usages» dice Melman.
Ciò significa almeno due cose: a) che il discorso mantenuto in circolo dalla psicanalisi rende possibile una lettura non succube della modernità e del discorso che la regge; b) che la trasmissione della psicanalisi non può essere l’esito di un cursus di insegnamento ma avviene dentro un coinvolgimento che ingaggia (non passa dall’acquisizione di idee chiare distinte ma dall’etica del soggetto di cui sopra).
Queste osservazioni certamente abbozzate in modo maldestro sono ciò che accompagna il mio lavoro attualmente; sono parte strutturante del mio legame a Lacan e spero possano essere occasione di riflessione per chi mi ha ascoltato.
Alessandro Bertoloni
