Skip to Content

PADRE SIMBOLICO, PADRE REALE, PADRE IMMAGINARIO. NOME-DEL-PADRE?

Considerazioni attorno alla questione "Che cos'è un padre?"

di Paolo Scarano

Lacan pensa che tutta l'interrogazione freudiana riguardo il complesso di Edipo e ciò che costituisce il complesso di castrazione converga nella questione Che cos'è un padre1?”. Propone di pensare alle molteplici funzioni edipiche del padre attraverso i tre registri: reale, simbolico, immaginario. Ne “La relazione d'oggetto” affronta il problema del significante del padre analizzando il caso del piccolo Hans per tutta la durata del seminario. Parallelamente, richiama la concezione freudiana dell'Edipo e del complesso di castrazione per arrivare a proporre la questione fondamentale del Nome-del-Padre che svilupperà poi lungo tutto il suo insegnamento.

Una scelta di struttura

Abbordiamo la questione a partire dall'osservazione del caso clinico del piccolo Hans, così come fa lo stesso Lacan per tutto l'arco del seminario su “La relazione d'oggetto”. Ciò che ci interessa approfondire riguarda il momento in cui Hans sviluppa una fobia che come suggerisce chiaramente Lacan “è una nevrosi2. L'indicazione è essenziale perché sviluppare una fobia equivale per il soggetto ad una scelta di struttura: in questo caso la struttura nevrotica. È la fobia che costruisce il percorso che il piccolo Hans dovrà percorrere. Senza questa scelta probabilmente il destino della sua struttura sarebbe stata la psicosi.

Dunque la fobia; una struttura nevrotica che serve a traghettare Hans dal preedipo, all'Edipo, al complesso di castrazione. Questa fobia prende piede dopo che l'angoscia si impadronisce di Hans di fronte a qualcosa di molto preciso. La fobia servirà a tenere a bada l'angoscia e a fornirle un significante: un cavallo che può morderlo.

Cosa possiamo dire dell'angoscia di Hans? Lo scatenarsi dell'angoscia e l'insorgenza del sintomo fobico in Hans hanno a che fare evidentemente con la madre, con il divieto di masturbarsi e con quello che il bambino mette in gioco. Fino a quel momento era il gioco immaginario fallico, il gioco dell'esca nei confronti della madre ciò che faceva essere Hans immerso nella felicità. La madre è l'oggetto d'amore. Anche quando nel caso clinico leggiamo chiaramente che la madre gli proibisce la masturbazione, per Hans non cambia molto perché, di fatto, continua a farlo. Ma è con il manifestarsi di una pulsione reale che le cose si complicano. Il fatto che il bambino cominci a masturbarsi indica che il suo pene si muove ed è diventato reale. Questo è l'elemento primario dell'osservazione e la questione parte dalla riflessione riguardo la relazione tra questo fatto e il sorgere dell'angoscia. Tutto quello che per lungo tempo era stato per lui il paradiso, comincia a diventare una trappola dalla quale non riesce ad uscire. E allora, perché quest'angoscia?

Questa trappola nella quale Hans cade, lo imbriglia inesorabilmente nel confronto tra “l'immensa frattura che vi è tra soddisfare un'immagine e avere qualcosa di reale da presentare3”. Lacan considera questo movimento cruciale perché è qui che Hans comincia a considerare il suo pene come qualcosa di miserabile. È il momento decisivo nel processo di preparazione alla fobia.

“Che cosa si produce, dato che c'è una nevrosi?4”. È la regressione che Hans utilizza per reagire a questa frustrazione. Hans si fabbrica una metafora paterna sostitutiva attraverso la fobia dei cavalli. La metafora paterna è una questione che affronteremo presto, ma la regressione di Hans è ciò che coglie la nostra attenzione. La regressione non va intesa come un ritorno ad una tappa precedente, ma come una sostituzione di un oggetto reale con un'esigenza simbolica. Cito Lacan, “la regressione si produce nel momento in cui egli non basta più a dare ciò che vi è da dare e si trova nello smarrimento per il fatto di non bastare più5”.

Perché non basta più? Perché è miserabile ciò che Hans ha da dare alla madre e la fobia trova così il suo vestito, un cavallo che morde come la mamma insoddisfatta che potrebbe divorarlo.

La madre non è solo desiderata secondo una classica lettura freudiana; con Lacan la madre è anche desiderante: in questo modo la diade madre-bambino diventa una triade madre-bambino-fallo. Fallo come significante della mancanza e desiderio della madre. Una mancanza che può essere letta come divorante dalla parte della madre e come castrante nella misura in cui il fallo viene ad essere metafora della funzione paterna. Qui ci sono già i presupposti della castrazione che sono in rapporto tanto con la madre quanto con il padre. La castrazione materna implica per il bambino la possibilità del divoramento e del morso. Rispetto a quella materna, la castrazione paterna è più favorevole, può svilupparsi, a differenza del lato della madre. Perché? Sicuramente una rivalità con il padre è possibile, una uccisione o un'evirazione del padre è possibile. Per la madre invece è impensabile. “E' impossibile evirare la madre perché non ha nulla che si possa evirare6.

Oltre la triade

Procediamo ancora nel commento tra il rapporto madre-bambino nella particolarità del caso di Hans.

All'età di tre anni e nove mesi Hans è consapevole dell'entrata in scena della sua sorellina. È un grosso limite per Hans perché, qualunque sia la situazione reale, non può più stare da solo con la madre. Lentamente il bambino colloca e comprende la madre come caratterizzata da questa mancanza. Alla mancanza fondamentale della madre, che lei stessa cerca di colmare, il bambino offre un soddisfacimento sostitutivo. È da qui che si introducono gli elementi le cui diverse uscite costituiscono il principio del complesso di Edipo. La questione, come per Hans, si sviluppa al sopraggiungere della maturità genitale reale, vale a dire la pratica della masturbazione che mette in relazione il suo godimento reale con il suo pene reale. La relazione madre-bambino comporta per quest'ultimo la scoperta che la madre desidera al di la di lui stesso, al di la cioè “dell'oggetto di piacere che egli stesso innanzitutto sente di essere per la madre e che aspira ad essere7. L'immaginario che il bambino ha costituito, l'esca, la trappola immaginaria del rapporto madre-bambino cade nella scoperta che il bambino fa riguardo il desiderio della madre. È chiaro come il bambino è primariamente soggetto al capriccio, articolato, della madre. Cerca di identificarsi all'oggetto del suo desiderio, all'oggetto che la soddisfa. La metafora paterna agisce in sé, in modo velato. Nella sua ricerca il bambino realizza giustamente che c'è qualcosa al di là di sé, di strutturato dal linguaggio. Il fallo non è nominabile ma il suo posto simbolico è marcato, come un al di là del bambino.

Lacan dice: “il bambino è portato in modo progressivo ad accorgersi che deve insinuarsi come terzo, infilarsi da qualche parte tra il desiderio di sua madre, che impara a sperimentare, e l'oggetto immaginario che è il fallo8”.

Quando il padre interviene come colui che priva la madre, lo fa, in ciò che concerne il bambino, su un piano immaginario. Egli priva la madre del fallo. Il bambino realizza che la madre è rinviata a una legge di cui ella non è padrone, la legge di colui che possiede l'oggetto che il bambino cerca di essere per la madre. Notiamo a questa tappa, l'entrata di un quarto elemento nella triade madre-bambino-fallo. L'efficacia di questo intervallo dipende dall'attenzione che la madre presta alla parola del padre. Si tratta dunque di una relazione sia rispetto al padre che alla parola del padre, al divieto, alla restrizione del padre. Sorge una dialettica tra l'immaginario e il simbolico. Per Hans, è proprio a questo livello che c'è una carenza. Tutta la dinamica immaginaria del fallo desiderato dalla madre, dell'esca che continua a ripetersi, è qualcosa attraverso cui è necessario passare per assoggettare, dominare la madre al godimento del bambino. Lacan dice che ad un certo punto “il bambino si accorge che questo elemento immaginario ha un valore simbolico. E questo per lui è insuperabile9.

A questo punto il padre reale interviene, fa la prova che ha il fallo, che egli è potente. Può dare il fallo alla madre e non solamente privarla, agli occhi del bambino. Da qui il destino che il figlio possa identificarsi al padre. Per la figlia la questione è diversa.

Padre reale, castrazione simbolica, oggetto immaginario

Lacan propone dunque un modo di classificazione delle molteplici funzioni edipiche del padre, suddividendole a partire dai tre registri: simbolico, immaginario, reale. Ed è su quest'ultimo che inizialmente insiste. “Esiste un legame fondamentale tra il padre reale e la castrazione10. Alla base di ogni esperienza analitica vi è il fatto che è al padre reale che viene rimessa la funzione emergente del complesso di castrazione. Quest'ultima può essere isolata tramite un nome nella storia del soggetto grazie all'intervento del padre reale. Il padre reale ha il compito di introdurre attraverso i suoi divieti il tempo nuovo della legge. Lacan indica come agente della castrazione il padre reale e non il padre simbolico. “Perché il complesso di castrazione sia veramente vissuto dal soggetto bisogna che il padre reale giochi veramente il gioco. Bisogna che assuma la funzione di padre castratore...nella quale il mito freudiano ce lo ha presentato11. Il bambino non può vincere con il padre se non a condizione di perdere, di perdere qualcosa che non troverà mai più e di accettare la distribuzione dei posti. E nella distribuzione dei posti si pone la questione della sessualità infantile. L'analisi ci insegna che il soggetto questa “cosa” non la troverà mai perché non è mai esistita e la ricerca incessante di “oggetti parziali” sono ciò che più di ogni altro fattore caratterizza un nevrotico. È in questo modo che viene introdotto un ordine simbolico attraverso la presenza (o l'assenza sebbene con problematiche diverse) del padre reale su un piano immaginario. Questo perché la castrazione, in quanto simbolica, può contare su un oggetto che è immaginario. Un fallo immaginario che, nel caso di Hans, lo fa essere il puro oggetto della madre che potrà divorarlo come distruggerlo a testimonianza dell'insufficienza dell'intervento di una funzione paterna. Nessuna castrazione è evidentemente reale perché nessun bambino viene mai realmente castrato. La castrazione si inscrive nel registro del simbolico e lo stesso Hans ne da prova grazie all'episodio finale dell'idraulico installatore e all'incontro con Freud. In Hans è dunque avvenuta questa dialettica simbolica della castrazione? Il cavallo tanto temuto è la base del materiale che servirà ad Hans per le sue costruzioni mitiche e la stessa immagine del cavallo indica già come il bambino si prepari ad entrare nella fobia. Il dipinto di Paolo Uccello12 dà un'immagine suggestiva del cavallo di Hans.

Allora: che cos'è una fobia e a cosa serve? Lacan riprende un'espressione di Freud: “la fobia è costruita davanti al punto di angoscia13”. Innanzitutto ha il compito di difendere il soggetto dall'angoscia. La fobia del cavallo nero che morde permette di conferire un oggetto a qualcosa che oggetto non ha: l'angoscia. Forse l'angoscia è più avvilente della paura. Questa diventa un elemento che previene l'attacco dell'angoscia. La fobia del cavallo, con il suo oggetto reale, tappa il buco procurato dall'angoscia. A differenza della paura, che nella struttura della nevrosi non è un elemento primitivo, l'angoscia conserva un carattere primordiale. Ma perché questa angoscia si rivela così importante da gestire per Hans? Dove risiede il fondamento dell'angoscia, dove trova origine? Si tratta di sapere come Hans potrà sopportare il suo pene reale senza che nessuno venga a minacciarlo.

Il mito non è muto

La tematica del mito resta una questione aperta che deve essere lavorata perché, in effetti, lo stesso complesso di Edipo è un mito. Un mito in cui viene messo ufficialmente in campo il desiderio del soggetto e con esso quel sapere inconscio dove grazie al discorso dei nostri pazienti in analisi, abbiamo prova della sua esistenza. In analisi sono le catene significanti che contengono il sapere del soggetto che neppure lui conosce e a cui ha accesso in modo disordinato e dolente. Hans ci aiuta se diciamo che un'analisi, a prescindere dall'età, conduce il soggetto ad assumere una posizione sessuata e a reperire qualcosa del suo desiderio. È una direzione della cura e ciò a cui un'analisi aspira? È ciò che sottende veramente al complesso di Edipo, così come Lacan lo commenta seguendo le indicazioni di Freud.

La parola mito proviene da un termine greco che significa "racconto", ma non si tratta di un racconto qualunque. Il mito infatti è una storia che ha come scopo quello di spiegare i misteri del mondo, le sue origini, i suoi valori, il suo senso e, nell'antichità, di definire le relazioni tra gli dei e gli uomini. In altre parole, è un tentativo di dare risposte ai quesiti fondamentali che l’uomo si è posto e continua a porsi. In psicanalisi il racconto del mito ha la particolarità di fondarsi su un carattere di finzione. Tale finzione porta con sé una verità. Una verità che non è esplicita e che va intesa fra le righe del racconto. Questo messaggio dice Lacan “è qualcosa che non può essere staccato dal mito14. Il mito ha l'esclusività di presentarsi come atemporale, ma le costanti che si ripresentano denotano il marchio di inesauribilità. In altre parole la verità che un mito porta con sé è espressione di una struttura. La struttura della verità che il mito veicola ha la funzione di lasciare intendere. Nella clinica psicanalitica lasciar intendere è una guida importante nell'ascolto del discorso del paziente. Lo stesso Lacan dice che la parola è “fides e finta15”. L'intendimento e il fraintendimento della parola edifica il linguaggio del paziente nel suo discorso con l'Altro. Non è un sapere costituito quello di cui si serve la psicanalisi, piuttosto essa si fonda su un sapere che è strutturalmente mancante.

È a partire da qui che si costituisce il mito in psicanalisi. La questione che occupa il pensiero del bambino e che ci mostra la sua attività mitica è precisamente il tema della nascita, “vale a dire dell'apparizione di ciò che non esiste ancora16. La nozione di mito serve proprio come un orientamento, come una consapevolezza verso una direzione della verità. Come è possibile, ad esempio, che prima il bambino è unico ed a un certo punto, ha una fratello o una sorella, come nel caso di Hans? Da dove vengono i bambini? Questa è una questione che arriva prima delle più complesse differenziazioni sessuali sulle quali il bambino passerà molto tempo a pensare. Per Lacan la modalità di presentazione cronologica delle questioni non ha alcuna importanza; è piuttosto la portata delle questioni che è sicuramente degna di rilievo. Il bambino non decide di essere maschio o femmina. Si trova anatomicamente posizionato in un modo o in un altro ed è a partire da lì che deve lavorare per soggettivare la sua sessualità. È a partire da lì che inizia il complesso di Edipo.

Nominare il Nome-del-Padre

Proseguiamo nel lavoro per dire qualcosa di più sia sul padre di Hans che su Hans stesso. Nel seminario “La relazione d'oggetto” Lacan propone l'articolazione di tre oggetti - immaginario, reale e simbolico - in funzione rispettivamente di tre mancanze dell'oggetto: castrazione, frustrazione e privazione. Vi figurano inoltre il padre reale e il padre immaginario ma non il padre simbolico. È quanto Lacan segnala più tardi a coloro che non l'hanno notato: “il padre simbolico propriamente parlando è impensabile...non è da nessuna parte. Non interviene da nessuna parte17. Occorre dunque fare giocare un certo ruolo alla terna padre reale, simbolico, immaginario.

Nelle cinque grandi cliniche scritte da Freud, egli si sofferma sempre sulle funzioni diverse che a carico del padre risultano essere le più molteplici e disparate. Freud le scopre man mano nella sua pratica clinica e Lacan si riferisce ciascuna volta a dei casi di Freud, per proseguire nella sua elaborazione della teoria della funzione paterna. Lacan riconosce a questi un valore esemplare e li costituisce in altrettante versioni del padre nel complesso di Edipo. Ad esempio all'interno del frammento di analisi di un caso d'isteria, il padre è un oggetto d'amore; nelle osservazioni di un caso di nevrosi ossessiva è uno spettro, nella psicogenesi di un caso di omosessualità femminile il padre è colui che con uno sguardo induce la figlia ad un passaggio all'atto. In Hans il padre è un censore timido ed esitante che deve essere totemizzato dal bambino. E ancora: con Schreber piuttosto che con l'uomo dei lupi il padre è sempre presente in ogni piega dell'Edipo, qualunque ne sia la sua espressione.

Si tratta adesso di precisare la parola “padre” e la sua relazione con il complesso di Edipo, il fallo e la castrazione. Secondo Freud, l'Edipo ha un'impareggiabile finalità unica: introdurre il soggetto alla castrazione. Questa premessa trova nel padre il suo agente, in quanto elemento dell'Edipo. Freud evidenzia le diverse immagini che riconducono alla castrazione: dalla minaccia che condanna la masturbazione al guardiano che protegge la madre dalle voglie del bambino. Queste ingiunzioni però sono rese note al soggetto attraverso l'intermediario dell'Altro. Il luogo dell'Altro designa la loro significazione. Questa significazione è riconducibile alla soddisfazione del soggetto o meglio alla sua domanda di soddisfazione sessuale. Attraverso l'Edipo, il soggetto accederà alla dimensione del desiderio, del desiderio sessuale. È per questo che il fallo è centrale nel complesso di Edipo e il suo declino riconduce al riconoscimento della differenza dei sessi e alla scelta oggettuale del sesso opposto. La castrazione produce nel campo dell'Altro una significazione che sanziona la soddisfazione sessuale. Per accedere al godimento, qualunque soggetto deve passare attraverso l'Altro. Tutta la problematica fallica si regola a partire dal fatto che il fallo resta il solo rappresentante del sesso nell'inconscio. La funzione significante del Nome del padre permette al nevrotico di desiderare, proprio perché il suo godimento viene interdetto attraverso il sorgere della Legge. È a partire da qui che, da puro significante, il Nome-del-Padre diventa l'impalcatura del soggetto nel suo rapporto tra desiderio e legge, tra desiderio e il registro del debito simbolico.

Ma il Nome-del-Padre è l'enunciato della legge? È una questione. Sicuramente un significante rimanda ad un altro significante e di per sé un significante non significa niente. Solo a partire dalla significazione che può produrre possiamo palesare il significante Nome-del-Padre. Ma la questione può enunciarsi in vari modi: il Nome-del-Padre si riassume nell'articolazione del padre reale, padre simbolico, padre immaginario? “Nome-del-Padre” è equivalente a “padre simbolico” e se sì perché tenere due termini differenti? “Nome-del-Padre” è un declassamento o una degradazione del padre simbolico o è piuttosto una supplenza? Occorre utilizzare il termine “Nome-del-Padre”, oltre a quelli di padre immaginario, simbolico, reale? Effettivamente in questa fase dell'insegnamento di Lacan “il padre simbolico è il Nome-del-Padre18. Ne parla come un elemento mediatore del mondo simbolico, essenziale a ogni articolazione del linguaggio umano. Ma è una nozione molto complessa che Lacan continuerà a rimaneggiare e commentare per ancora venti anni.

“Il Nome-del-Padre consiste principalmente nella messa in regola del soggetto con il proprio desiderio, nei confronti del gioco dei significanti che lo animano e costituiscono la sua legge19. Questa perdita di godimento, questa castrazione è imposta al parlessere per diventare tale, per poter entrare nel campo della parola e del linguaggio. L'Edipo non funziona senza una perdita che permetta al soggetto di scoprire la dialettica del desiderio.

Nome-del-Padre, significante, nomina la legge del desiderio in quanto sessuale e la metafora paterna rimanda all'effetto di questo puro significante. Vale a dire la sostituzione di un nome al posto del significante fallico che rappresenta. Ciò che qui propone Lacan è davvero diverso dalla lettura freudiana. La costituzione del Nome-del-Padre, afferma Freud, si effettua a prezzo di una rimozione, della rimozione del padre morto. Ciò che da Freud è designato come un significante in Lacan è un'articolazione, quella della metafora.

Il Nome-del-Padre non è un elemento simbolico come un altro, né interamente riducibile alla nozione di padre simbolico, qualche cosa di più è significato. Ma cosa? Forse qualcosa che designa la particolarità di questo elemento che è sia simbolico che garante di questa dimensione. Ed in più il fatto che è nominabile. Ma la questione resta aperta.

1Lacan, J. “Il seminario Libro IV la relazione d'oggetto 1956-1957” Einaudi p.205

2Ivi., p.222

3Ivi., p.228

4Ivi., p.229

5Ibidem

6Ivi., p.370

7Ivi., p.243

8Ivi., p.251

9Ivi., p. 262

10Ivi., p.222

11Ivi., p.367

12Paolo Uccello, Battaglia di San Romano. Intervento nella battaglia di Micheletto da Cotignola, Parigi, Musèe du Louvre 1436-1440 circa

13Lacan, J. “Il seminario Libro IV la relazione d'oggetto 1956-1957” Einaudi p.248

14Ivi., p.254

15Lacan, J. “Il seminario Libro III Le psicosi 1955-1956” Einaudi p.43

16Lacan, J. “Il seminario Libro IV la relazione d'oggetto 1956-1957” Einaudi p.255

17Ivi., p.210

18Ivi., p.366

19Chemama, R., Vandermesch, B., “Dizionario di psicanalisi” Gremese Editore, Voce “Nome-del-Padre” di J.-P. Hiltenbrand p. 225