Ritorno sulle Giornate di Studio "Hans 100 anni"
Lacan e la psicanalisi dei bambini
Il centenario della nascita del piccolo Hans ci ha fornito l’occasione di organizzare, per la prima volta in Italia, delle giornate di studio (8 e 9 novembre) sulle novità introdotte da Lacan nel campo della psicanalisi del bambino. Con i colleghi di Grenoble, associati al lavoro di preparazione, abbiamo ritenuto che fosse necessario introdurre l’argomento perché in Italia, nella migliore delle ipotesi, gli analisti che si occupano di bambini sono in maggioranza kleiniani.
Senza essere quello che si dice un “analista di bambini” Lacan si è costantemente occupato della clinica dell’infanzia, sia teoricamente, nei suoi seminari, che sostenendo i progetti di pratica istituzionale dei suoi allievi e colleghi. Il seminario IV (La relazione d’oggetto e le strutture freudiane, 1956-57, Einaudi, Torino 1996) tuttavia, interamente dedicato ad Hans, basterebbe da solo a darci la misura del suo contributo: il concetto di “piattaforma girevole” che riprenderà più tardi e che qui anticipa definendo la fobia una struttura transitoria che può virare verso la nevrosi o la perversione, il fatto di considerare il bambino come un analizzante a pieno titolo, la scrittura algebrica della metafora paterna, per darne solo degli esempi.
Poiché Lacan si è dato a questo studio approfondito, ed è la sola volta che trascorre un intero anno su un caso clinico, bisogna chiedersi, come ha suggerito Jean-Paul Hiltenbrand, a quale dimostrazione vuole convocarci. Egli si occupa così a lungo di Hans perché il suo è un caso di Edipo senza rimozione, cioè senza complesso di castrazione o con un complesso di castrazione in attesa. È qualcosa che succede spesso, anche nel caso dei piccoli analizzanti di oggi, come ha sottolineato Colette Brini interrogandosi sul posto che viene dato ai bambini all’interno della famiglia: quello di partner, di mini-adulto che non ha più il suo posto in un patto ma in un contratto, disalienato e che per questo perde la sua posizione di bambino. Un Edipo portato a termine richiede, al contrario, un’iscrizione simbolica, un minimo di alienazione all’interno della quale il bambino possa iscriversi.
Il lavoro analitico consisterà perciò in questa iscrizione a patto però di non interpellare i genitori in quanto tali, cioè in quanto educatori, ma in quanto uomo e donna, confrontati alla loro mancanza e al non-rapporto sessuale. Soltanto in questo caso può esserci psicanalisi del bambino; una psicoterapia, invece, si accontenterebbe della soppressione dei sintomi. È giustappunto il caso di Hans che si può considerare una psicoterapia riuscita.
Per i bambini, esattamente come per gli adulti, non è il caso di fare della psicoterapia, di appellarsi al setting, termine che Freud non ha mai impiegato, come ha sottolineato Jean Bergès: non si tratta di assicurarsi un quadro di riferimento ma di cogliere una struttura, non di contratto ma di leggi della parola e del linguaggio, visto che il bambino è sottomesso, come chiunque altro, al simbolico e che il simbolico è primo, cioè prevale e comanda.
È stata affrontata anche la difficile questione dell’autismo e dei suoi neologismi così come quella della specificità dell’Edipo nella bambina.
Questo debutto in Italia della psicanalisi dei bambini lacaniana, se possiamo definirla così, non è stata soltanto un’introduzione ai contributi fecondi che Lacan ci ha lasciato in eredità, ma ha anche testimoniato di un lavoro comune vivace e in divenire che tiene conto delle difficoltà accresciute che hanno i bambini a trovare il loro posto nella filiazione. Ci sono già giunti molti echi positivi da parte del pubblico, lavoratori della salute mentale, psicologi e psicanalisti, cosa che ci sembra dimostrare che, anche se in Italia i testi di Françoise Dolto sono stati trasformati in briciole educative, resta comunque uno spazio per la psicanalisi, poco importa se di bambini o di adulti.
Marisa Fiumanò

