Il Masochismo

attraverso

Lacan

15/07/2020

di Amalia Mele

Attraverso Lacan il masochismo emerge in un’accezione sconosciuta a Freud, ma terribilmente attuale se ci riferiamo al nostro tempo. Masochismi ordinari di Marisa Fiumanò è un libro sull’attualità del masochismo.

 

Il masochismo è una questione che s’incontra nella clinica delle strutture, nella nevrosi, nella perversione, nella psicosi melanconica (in cui il soggetto si riduce a occupare il posto dell’oggetto piccolo a). Ma anche le tossicodipendenze e l’anoressia nel suo versante melanconico pongono la questione di una deriva masochistica, per la lenta messa in marcia in questi casi della tendenza psichica verso la morte, quello che Lacan chiama nei Complessi familiari il suicidio differito.

 

Qual è dunque l’avanzamento che Lacan promuove sul tema del masochismo? Per affrontare questo tema l’autrice mette in evidenza il metodo di lavoro della clinica lacaniana: la messa in connessione di concetti che possono sembrare molto distanti tra loro. Il masochismo è dunque messo in risonanza con alcuni costrutti della teoria lacaniana: la nozione di oggetto piccolo a, il concetto di reale, la riflessione sul masochismo femminile, con un rimando a venire della nozione di pas-tout, non-tutta, che Lacan elaborerà negli anni ’70 a proposito del godimento femminile, e inoltre la concezione che Lacan ha della fine dell’analisi e della posizione dell’analista nella cura. Nel Seminario III Le psicosi Lacan ricordava: «La vita dello psicanalista non è tutta rose e fiori. Il paragone che si può fare dell’analista con una discarica è giustificato». Dunque il divenire analisti potrebbe rappresentare una forma generativa del masochismo fondamentale.

 

Attraverso Lacan il masochismo emerge così non più come derilizione, Hilflosigkeit (masochismo originario). Il tema freudiano della Hilflosigkeit è un tema caro a Lacan sin dagli scritti degli anni ’30,  ripreso in particolare nel Seminario VII L’etica della psicanalisi e nel Seminario X L’angoscia. Il masochismo è una condizione di partenza per tutti gli esseri umani, perché prende origine dall’inermità alla nascita, dalla condizione di essere senza soccorso che è all’origine della vita. L’Hilflosigkeit, la derilizione, è l’essere alla nascita radicalmente privi di mezzi, al punto che niente né nessuno possa rispondere all’appello pressante del bisogno o di qualche urgenza vitale. Per Lacan, a partire dal Seminario L’etica della psicoanalisi, trovarsi senza un’istanza tutelare è il volto più puro della fine dell’analisi.Circuito la pulsione. pulsione che de questione della clinicamadremmm

 

Il masochismo non è neanche soltanto l’assoggettamento al simbolico, alla «percussione» del significante, né l’effetto del senso di colpa (masochismo fondamentale e morale secondo Freud). Per darci un’idea di che cosa questo sia attraverso Lacan, il lavoro di Marisa Fiumanò si concentra su alcuni seminari lacaniani degli anni ’60: il Seminario X L’angoscia (‘62-‘63) e il Seminario XI I quattro concetti fondamentali della psicanalisi (1964). Nel Seminario X il masochismo è legato all’eclissi del desiderio, alla “mancanza della mancanza” conseguente a una passività fondamentale di fronte alla presenza invasiva del desiderio dell’Altro o meglio del godimento dell’Altro. A partire dal Seminario XI emergono nuove variazioni sul masochismo grazie all’apporto della clinica. La questione che comincia a porsi è come ribaltare la passività implicita in questa condizione, come contrastare quel movimento che va verso il polo del godimento.

 

Il masochismo può collocarsi nella serie della passività, del patire, del subire, dell’inibizione. L’inibizione che riguarda persone che non prendono iniziativa, che non s’impegnano in nulla presi dalla paura di non piacere, è una questione clinica importante che Lacan affronterà nel seminario RSI, dove riprenderà la stessa triade freudiana di inibizione, sintomo, angoscia utilizzata nel seminario X, rintracciando nell’inibizione la prevalenza dell’immaginario sul simbolico. L’inibizione è anche una grande questione dell’anoressia, che non è solo una clinica del rifiuto ma lo è anche dell’inibizione. L’anoressica “mostra ciò che non può dire”. Ma nello stesso tempo nell’anoressia vi è uno sforzo di diminuzione dell’immagine del corpo, una specie di estenuazione verso il suo annullamento. Dunque c’è una serie clinica della passività in cui possiamo collocare masochismo e inibizione.

 

Nelle pagine del Seminario XI che Lacan dedica all’anoressia possiamo comprendere come Lacan lavori in una maniera nuova il tema del masochismo, che difatti è lì sia la messa in atto nel reale del fantasma della propria sparizione, sia la messa alla prova dell’Altro attraverso la formula del «Puoi perdermi?». Con tale formula il niente dialettico peculiare dell’anoressia, quel «concertare il proprio rifiuto come un desiderio», di cui aveva parlato in precedenza nei testi degli anni ’50 (nel Seminario IV La relazione d’oggetto e ne La direzione della cura), ha ora accenti di provocazione tesi a produrre l’angoscia nell’Altro. Lacan ci dice qui qualcosa di un fantasma che trova un’eco universale in ciascuno di noi. È qualcosa di molto comune nei bambini (ma non solo) il fantasticare la propria morte o la propria sparizione, davanti a un sentimento di disamore da parte dei genitori o di disamore tout court, come mezzo affinché gli altri possano rendersi conto di quanto siamo importanti per loro, nel luogo del loro desiderio. È anche un tratto dell’isteria quello di venire a mancare, di suscitare una mancanza nell’Altro.

 Ma esiste una differenza tra fantasticare o attuare nel reale il fantasma di sparizione: le anoressiche possono arrivare alla morte e, molte sono per davvero morte. Lacan situa qui il fantasma del suicidio. Cosa mancherebbe all’Altro a partire dalla mia sparizione? Il soggetto si fa essere come mancanza che immagina nell’Altro. Facendosi oggetto a nell’Altro, nel fantasma fondamentale, il soggetto si trova in posizione masochistica. Si vede come niente, come scarto, come rifiuto, e l’Altro viene interiorizzato come Super-io, come imperativo di godimento, come pura pulsione di morte.

 

Ma tale fantasma suicidario è anche un tentativo di separazione. Vi è una dialettica tra alienazione e separazione di cui Lacan parla nel Seminario XI. Per sfuggire all’alienazione linguistica, all’alienazione simbolica che rinvia ogni volta il soggetto da un significante all’altro, il soggetto interroga la catena significante sotto forma di un discorso dell’Altro. Come mi vuole l’Altro? La separazione consiste, in questo passaggio che riguarda l’anoressia del Seminario I quattro concetti fondamentali, nel posizionare il fantasma, fantasma suicidario in questo caso, che rappresenta una sorta di addomesticamento della pulsione di morte che funziona nell’alienazione. Riconoscersi nell’oggetto a può spostare il soggetto dal lato della separazione. Il soggetto che si riconosce nell’oggetto a assume la posizione di essere causa del suo desiderio, è impegnato sul lato della separazione.

 

In Masochismi ordinari a partire dalla riflessione sulla contemporaneità, la questione non è più soltanto quella del desiderio dell’Altro, perché la contemporaneità sollecita gli eccessi di godimento, incita al masochismo, è colorata di masochismo. Ora in una nuova accezione possiamo parlare di masochismo del reale e del godimento che procura. È questo il passaggio che il libro propone attraverso Lacan. Nella lettura freudiana si trattava di sottolineare che nel masochismo quello che conta non è il dolore, il dispiacere nel piacere, ma farsi oggetto causa per l’Altro, invocarlo nella derilizione primitiva, accettare il colpo di verga come segno di predilezione, come accade nel masochismo fondamentale. Il masochismo di cui parla Freud non è mai puro godimento ma prende in conto essenzialmente l’Altro. La clinica di Lacan è una clinica della seconda topica che tiene insieme il polo del desiderio e quello del godimento, le pulsioni di vita e le pulsioni di morte, evitando che si scindano come accade nella melanconia psicotica e facendo così i conti clinicamente con la spinta autodistruttiva e la dimensione acefala della pulsione. Si tratta dunque di come legare la pulsione, la sua componente masochistica. Legare è il verbo che descrive l’azione che permette d’imbrigliare la pulsione in alternativa all’interpretazione e alla decifrazione operanti nella clinica delle nevrosi. Negli anni a venire sarà il nodo borromeo, composto da tre anelli tirati adeguatamente che serreranno al centro il reale, a mettere in figura questa questione.

 

Il godimento del reale elude il riferimento all’Altro: è il caso del godimento tossicomane o del godimento prodotto da ogni forma di dipendenza che produce effetti di godimento nel corpo ma esclude il riferimento all’Altro; o meglio fa del corpo, cioè di un reale, l’unico Altro. È il masochismo perverso sottoposto alla pulsione. Le dipendenze (bulimie, alcolismo, tossicomanie) in generale fanno atto di sottomissione totale alla pulsione, poiché il soggetto non può scegliere di sublimare la pulsione: la pulsione gode di se stessa, con un investimento attivo della sua passività. Nel Seminario XI Lacan mostra molto bene come funziona il circuito della pulsione. La meta della pulsione non è l’oggetto all’interno dell’ansa descritta da questa con il suo giro, e indicato nel disegno come a, ma il circuito stesso che essa stessa compie. Esattamente come nel tiro con l’arco l’obiettivo non è il goal, non è l’uccello che viene ucciso, ma il fatto di andare a segno, e con questo di aver raggiunto la meta. Nel giro che la pulsione compie si vede bene che l’oggetto piccolo a è solo costeggiato e l’importante per la pulsione, dice Lacan, non è andare a segno ma la meta: «La formula migliore ci sembra essere questa – che la pulsione ne fa il giro. Troveremo di applicarla a proposito di altri oggetti. Giro deve essere preso qui con l’ambiguità che gli dà la lingua francese, al tempo stesso turn, limite intorno a cui si gira, e trick, un trucco da gioco di prestigio». C’è dunque un investimento attivo della passività.

 

È con questa economia del godimento che Lacan comincia a fare i conti mettendo in serie masochismo, ripetizione e reale. La ripetizione è un concetto al cuore della seconda topica freudiana che rivela la forza della pulsione di morte, che non ha lo statuto delle altre pulsioni parziali ma è un processo primario difficile da rendere secondario attraverso un processo di sublimazione.

 

Il reale è un concetto lacaniano, uno dei tre registri in cui si dispiega l’esperienza umana. Marisa Fiumanò sottolinea che la teoria dell’apparato psichico di Lacan si appoggia sulla seconda topica e ne accentua l’importanza per la clinica contemporanea. Compare così un’economia psichica pervasa dal godimento (ripetitiva, mortifera, invasiva) e una nuova definizione di masochismo, masochismo del reale, che dà il titolo al capitolo 9 del libro. Ora siamo di fronte a godimenti che non hanno una dialettica con il desiderio. A tale proposito l’autrice fa tre esempi: a) il masochismo tossicomane (tossicomania, alcolismo, bulimia), come forma di dipendenza da cui si ricava un godimento particolarmente intenso, sostitutivo di quello sessuale. Nelle dipendenze la sessualità difatti ha poco valore o è annullata. b) Il masochismo del lutto, dove il masochismo si presenta in maniera contingente, con il ristagno nel rimpianto e nella perdita che solo una cura analitica può aiutare a elaborare. c) Il masochismo che l’autrice dice essere legato alla sottomissione all’inconscio come reale, all’inconscio reale.

 

Per descrivere queste forme di reale al quale siamo sottomessi, il libro riprende la distinzione, presa in prestito da Aristotele, tra tyche e automaton.  La tyche (il caso, la fortuna) dà il senso dell’incontro con il reale, il reale del trauma. L’automaton indica la rete dei significanti nel suo insieme. Nel Seminario XI la definizione che Lacan dà del reale è: «il reale è ciò che giace sempre dietro l’automaton». L’autrice fa a questo punto una precisazione clinica molto importante, ricordando che Lacan sostiene nel Seminario XI che «nessuna prassi più dell’analisi è orientata verso ciò che, nel cuore dell’esperienza, è il nocciolo del reale». L’analisi è dunque orientata a cercare il cuore duro del reale ma non è a caccia del reale.

 

Marisa Fiumanò ricorda che proprio Freud, che aveva voluto stanare il reale che nel famoso caso clinico era all’origine del sogno dei lupi appollaiati sull’albero, aveva ottenuto in risposta dal paziente un fenomeno del reale: l’allucinazione del dito tagliato. Forse nell’analista aveva prevalso l’interesse teorico su quello clinico: il sogno serviva a convalidare la teoria del fantasma come schermo al trauma sessuale. Per Lacan la tyche, l’incontro con il reale è un incontro sempre mancato, che si presenta come trauma.  Il reale è in una posizione inerte, non dicibile, si coglie nell’al di là della catena significante. Le prime isteriche parlavano del loro incontro con il reale attraverso il racconto di un trauma sessuale. Grazie al transfert –osserva l’autrice– qualcosa del reale appare come un furetto e può essere riacchiappato nella ripetizione a patto di non insistere troppo.

 

Marisa Fiumanò utilizzando l’espressione di Lacan punti radicali del reale, riprende ancora una volta l’analisi di un sogno riferito da Freud, e che Lacan ha rinominato come il sogno: padre non vedi che brucio? Un padre veglia il suo bambino che è morto; è stanco e chiede a un vecchio che è con lui di potersi allontanare per riposare. Un cero cade (percezione reale) e lui fa il sogno: «Il bambino è accanto a lui, è morto, ma gli parla e gli dice:«Padre non vedi che brucio?»  Nell’analisi di Lacan del sogno riferito da Freud, il reale è nella frazione di tempo tra la percezione della realtà (il cero che cade) e che dà avvio al sogno e il prendere coscienza di quello che è accaduto, qualcosa che possiamo cogliere nella rottura tra la percezione e la coscienza, tra la percezione e il prendere coscienza. È l’impossibile della domanda padre non vedi che brucio? perché quel bambino non potrà più parlare al padre. «Che cos’è che sveglia? Non è forse nel sogno, un’altra realtà» osserva Lacan. In questa rottura tra la percezione e la coscienza Lacan colloca il reale. I punti radicali del reale hanno a che fare con la nascita, la morte e il sessuale, perché la stessa sessualità adulta è difatti traumatizzante per il bambino.

In Masochismi ordinari vi sono inoltre pagine molto importanti sul masochismo femminile. Il masochismo femminile è un fantasma maschile, è il masochismo femmineo di freudiana memoria: fare la poverina, la bambina. Marisa Fiumanò ricorda l’espressione di Lacan, disgrazie della vers-tu, dove vers-tu è omofonico con virtù e verso-te, per descrivere la dedizione incondizionata all’Altro, in genere un uomo, di cui una donna può essere capace, la concessione senza limiti a cui può arrivare nei suoi confronti. È un sopportare –lei dice– per ricercare un’identità, un posto nell’ordine simbolico, nell’amore dell’Altro. La questione che si pone è come funziona la castrazione simbolica nella donna e qual è il rischio di narcisismo simbolico, dal momento che ciò che manca alla donna è il fallo simbolico. Negli anni a venire Lacan comincerà a imprimere delle torsioni ai suoi concetti, ai suoi significanti. Una delle torsioni più forti è quella al significante grande Altro. L’Altro non è più soltanto l’Altro del linguaggio ma è l’Altro corpo nel Seminario Logica del fantasma (‘66-‘67), e nel Seminario Ancora (‘72-‘73) l’Altro non potrà che essere l’Altro sesso. L’Altro sesso non è la donna, perché si riproporrebbe la questione dell’uno: La donna sarebbe un altro uno. Ecco perché nelle formule della sessuazione troviamo la scrittura La/donna. Lacan dice in Ancora che la donna manca di essere; è così può riproporre l’equivalenza tra l’uno e l’essere. La questione dell’essere ha tormentato Lacan dagli inizi della sua ricerca: la riduzione dell’essere, è la riduzione della potenza femminile. L’Altro sesso è dunque l’alterità. L’Altro sesso è un’alterità irriducibile di cui neanche la donna, che pure l’incarna, sa dire, perché questa alterità non è simbolizzabile. Nell’inconscio non c’è significante dell’Altro sesso tranne che il significante fallico. Lacan dice inoltre in Ancora che la donna ha poco inconscio.  

 

Le donne dicono spesso non so fare niente, nessuno mi ama più, tutti mi abbandonano; ma non è un discorso paranoico, è un modo di presentarsi come oggetto eccezionale. Nel fantasma maschile una donna è un piccolo a, e spesso lei si prende per un piccolo a e non arriva mai a prendersi come soggetto. Dal momento che non c’è la sua rappresentazione nel linguaggio una donna può essere altro da se stessa, si assentifica per ritrovare la presenza; e l’avatar di questa assentificazione a se stessa è l’identificazione all’oggetto piccolo a per potersi ritrovare poi come soggetto e provare che lei stessa può essere A barrato,  può soggettivare l’A barrato. Nel terzo schema della divisione soggettiva che Lacan presenta nel Seminario L’angoscia il prodotto della divisione del soggetto mitico nell’Altro è immediatamente l’oggetto piccolo a. Quindi abbiamo dal lato sinistro del matema, A, a, S/, dove a ha una funzione causativa e precede il soggetto barrato che articola dunque il suo desiderio a partire da a, a partire da un buco, da una mancanza costitutiva che lo fa desiderare. Nel lato destro del matema vi è A/, la scrittura dell’inconscio.

 

Ordinari è un termine che fa eco a un altro libro, Abissi ordinari di Catherine Millot. Abissi ordinari, masochismi ordinari sono degli ossimori. L’ordinario, ciò che è conforme all’ordine, alla regola, alla norma è messo in risonanza con lo straordinario, il vertiginoso, il non conforme alla regola.

 

In Abissi ordinari le esperienze soggettive che si possono mettere in lista sotto la chiave del disastro, utilizzando questa nozione di Maurice Blanchot, aprono alla dimensione del lasciar essere, tradotto da Lacan con Gelassenheit: l’angoscia, la solitudine, la derelizione, il masochismo si rovesciano nel contrario.

 

Veniamo all’ultima questione quella della fine dell’analisi. Lacan parla della fine dell’analisi con i termini di «traversata del fantasma», «destituzione soggettiva», desêtre, termine omofonico con deserto e con disessere. La destituzione soggettiva per l’analizzante segna l’abbandono delle identificazioni alla fine della cura, con la caduta delle insegne idealizzanti dell’Altro; e il disessere per l’analista individua la sua dimissione dal posto di soggetto supposto sapere, dalla sua posizione di agalma, dal suo charme.

 

La posizione della donna e la posizione dell’analista mostrano un avatar della passività. Vi è qualcosa di perduto, qualcosa che causa il desiderio che si può cogliere solo dalla posizione dell’oggetto, dalla posizione della separazione.

 

Lacan nell’ouverture del Seminario I quattro concetti ricorda la sua verità di soggetto scomunicato, che diventa oggetto di negoziazione e di desiderio. In quegli anni di messa al bando dall’IPA, nessuna concessione da parte sua al sentimento di esclusione o al puro gusto per il masochismo.

 

Al contrario –osserva Lacan– degradare il soggetto a livello dell’oggetto è l’essenza del comico. Il fondamento della psicanalisi è un fondamento etico e non statico. «L’analista non si autorizza che da sé e grazie a qualcun altro» significa questo: fare un passo in più verso l’Altro a partire da un ostacolo, da uno scandalo, a partire da un’impotenza totale che obbliga a precipitare il passo.

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Laboratorio freudiano Milano

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