19/01/2019

di Gaetano Romagnuolo

Un discorso che ha dell’umano nei suoi effetti di disumanizzazione.

 

È questo il portato di pulsione di morte, i cui effetti se estesi alla società producono una certa conformazione, un certo assetto organizzativo, della stessa.

 

In un recente articolo comparso su «La Revue lacanienne», Dominique Jacques Roth, citando Aby Warburg, impiega l’espressione “patoformale” per indicare questa conformazione della società, che si organizza a partire dal discorso che ne è alla base.

 

Il discorso che fino a oggi ha orientato le linee di forza della conformazione suddetta, è stato il discorso del Capitalista.

 

Ciò che appare interessante in questa espressione di patoformale è il suo prefisso, ossia quel pathos che è espressione contemporanea di quella tensione umana chiamata passione e di quella sua malattia che si esprime nel sintomo, che rappresentano entrambe il primum movens, affinché un discorso possa realizzarsi attraverso la compiacenza che incontra.

 

Se nel discorso del Maître – fa notare Roth – il soggetto è ancora al lato della verità, nel discorso del Capitalista, il posto della verità è occupato da significanti maître (S1). Detto altrimenti, nel discorso del Capitalista non c’è più il soggetto, c’è l’individuo, l’indivi-du, sotto le insegne di un regime di produzione/consumazione illimitato. Non c’è spazio per la soggettività come noi la intendiamo, nel discorso del Capitalista, in quanto questo discorso porta in sé il diniego o la ricusazione della mancanza. Il capitalista attraverso il suo discorso, propone sempre dei nuovi oggetti da mettere al posto dell’oggetto piccolo a, ma poiché un oggetto non può esaurire il desiderio, ciò non può che produrre, attraverso un capovolgimento topologico promosso dal discorso stesso, una mancanza intesa unicamente nel registro immaginario.

 

Si vede da qui che, in una dimensione sia soggettiva sia socialmente estesa, la mancanza generata da questo discorso appare inefficace in termini di creazione, in quanto infarcita di frustrazione che è essa stessa funzionale al discorso da cui è prodotta. Infatti la frustrazione richiede sempre la sua soddisfazione attraverso l’avere quei prodotti/oggetto che il sistema capitalistico propone. Si perpetua così il ciclo interminabile della produzione/consumazione.

 

Accanto a questo, il discorso capitalista fa in modo che il soggetto non si indirizzi più a un Altro, dal momento che si sostiene attraverso dei significanti che hanno la pretesa di fissare la verità. Il discorso del Capitalista si pietrifica allora nel mito che si fa storia. L’Altro barrato è destituito al profitto di significanti che vettorizzano il godimento nelle cose che si offrono e si richiedono. Il soggetto catturato da questi significanti può attraverso essi godere di un discorso che lo aliena, rendendo la produzione di un resto assai problematica.

 

Di qui, secondo questo analista, una ricusazione del Reale, per cui egli si chiede come poterlo reinterrogare per farlo funzionare al servizio della soggettività, nel senso che possa mostrarci, in una maniera produttiva, gli effetti del suo misconoscimento o gli effetti della sua negazione sistematica.

 

Ebbene, se questo quesito rappresentava una domanda, che conteneva in sé un auspicio, la risposta che implicitamente ne veniva data era un ritorno a un assetto discorsivo diverso, promosso in un certo qual modo dall’insegnamento analitico. La risposta risuonava però inefficace laddove difettava di uditori, sordi in quanto immersi in quel discorso, e rischiava di cadere nel pedagogico dal momento che prendeva le mosse da un sapere non sostenuto dalla sua pratica.

 

Oggi dal momento che questo Reale è ben visibile, in quanto non bordato dal simbolico e dall’immaginario di un discorso pat-etico, questa risposta forse può essere meno inefficace.

 

È vero infatti che il Reale produce i suoi effetti sul soggetto nel momento in cui l’illusione di poterlo controllare viene a cadere. Il Reale produce da sé i suoi effetti sul soggetto e li produce se non è velato dalla messa in scena che un discorso sintomatico allestisce.

 

Ebbene oggi il Reale, ben visibile, è salito sulla scena e non possiamo di certo ignorarlo.

 

Quali saranno i suoi effetti su di noi? È cosa certa che è lui a comandare e noi possiamo solo cercare di farcene qualcosa.

 

Al di là dei suoi effetti di angoscia, il Reale ha sempre un effetto di interrogazione se siamo predisposti ad accoglierlo non come una contingenza inopportuna.

Di fronte all’irruzione del Reale non possiamo non chiederci chi siamo, cosa vogliamo e che cos’è la nostra vita.

 

Quando il Reale irrompe, con il suo effetto di perturbante, il soggetto non può più mentirsi ed è tenuto a rispondere. Le risposte che darà in termini di azioni rifletteranno le risposte che si darà in termini soggettivi.

 

Questo tempo di esilio in cui la morte si affaccia all’orizzonte in maniera diretta, senza poter essere mitigata in quanto rinviata nel futuro come un’evenienza di cui si sa ma che non si assume, ci induce nella nostra sospensione odierna a domandarci, con ritrovata sincerità, che cosa è per noi essere vivi.

 

È forse sopravvivere indenni alla malattia?

 

Come ben sappiamo la nostra sopravvivenza non è sufficiente per poter dire che non siamo morti.

 

È allora forse un ritorno alle nostre abitudini, alla vita di sempre? Un ritorno alla vita di tutti i giorni nel suo incedere “naturale”, che questa contingenza ha temporaneamente sospeso?

 

Sicuramente questa pandemia è venuta a sovvertire l’ordine e lo svolgersi delle nostre esistenze, ma se credessimo davvero che si tratta solo di una contingenza, di un intoppo inopportuno all’ordine “naturale” in cui sono imbrigliate le nostre vite e che ci siamo dati secondo una passione del tutto umana, se così pensassimo non saremmo forse degli arroganti impenitenti, non saremmo forse condannati a una vita condotta nella miseria di un comportamento tanto più supponente quanto più stolto?

 

La nostra vita non è semplicemente quella di tutti i giorni, quella delle abitudini, quella dell’accomodamento in un ordine che prendiamo per vero. Se per definire la nostra vita ci limitassimo a un’accomodazione su i dettami di un ordine prestabilito, su quelli di una patoforma che realizza un discorso che ne è alla base, se ci limitassimo, in altre parole, a uno sterile esercizio di ridicolo potere dato dalle nostre identificazioni narcisistiche, semplicemente per noi non ci sarebbe speranza, saremmo morti in una separazione categoriale molto più duratura di quella fisica in cui attualmente siamo impegnati.

 

Anche noi votati a una certa etica – dobbiamo pur dircelo cari colleghi analisti – dobbiamo riconoscere il segno lasciato dalle nostre membra sulla seggiola di un’accomodazione formale! Anche per noi si è trattato, forse troppo spesso, di un’appropriazione indebita, di un’impostura buona solo a un rigonfiamento egoico, la cui aria ha infettato, colmandolo, il vuoto che si trattava di preservare.

 

Dobbiamo tutti – soprattutto noi che ci diciamo analisti – considerare questo momento come una τύχη, una rottura che stabilisce la faglia necessaria alla nostra messa in questione. È in questa ottica che il momento deve rimettere in moto il nostro cammino lungo la strada del desiderio, mobilitando quest’ultimo affinché serva la nostra etica.

 

Quell’etica che è giudizio della nostra azione, misura di essa non in funzione di un ritorno agli istinti, né al soddisfacimento del bene, dell’utile, ma misura dell’azione in rapporto al desiderio che la abita.

 

Caduto l’alibi di una norma che serviamo nell’edificazione di una normalizzazione in rapporto a una patoforma che il discorso che ne è alla base confeziona, non ci resta che abbandonare questa condanna mortificante e rilanciare in una condanna altrettanto disperata che è quella di vivere, opponendo alla morte che da sempre sottende alla nostra vita la nostra firma di vita: il nostro desiderio.

 

Questo è il tempo di seguire un’ R-etica, non accomodarsi cioè su di un discorso preconfezionato, ma interrogarlo e se possibile sovvertirlo a partire da quel Reale che ci siamo così premuniti di silenziare, rilanciando la nostra azione come eticamente orientata.

 

Questo è il compito che abbiamo assunto quando ci siamo detti analisti e da cui non ci possiamo sottrarre se lo siamo veramente. Pena, se non lo serviamo, il nostro più grande tradimento.

 

Non cedere sul nostro desiderio, come sappiamo, è proprio quel tradimento di noi stessi, che ci siamo rifiutati di assecondare sotto i richiami insistenti delle sirene del bene e dell’utile; è quella la colpa che non abbiamo voluto alimentare.

 

La nostra etica è quella fede nella nostra vita che ci sostiene dal suo atto; un atto di fede che serba in sé il desiderio e che si chiama vita.

 

Dobbiamo lanciare la sfida della nostra R-etica.

 

È questa la sfida che l’uomo può forse oggi cogliere più di ieri per sovvertire quel discorso che lo mortifica, immortalandolo nell’istantanea senza futuro di una vero dato per vero da un discorso senza dialettica.

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