Laboratorio freudiano Milano

Scuola di specializzazione quadriennale in psicoterapia Orientamento psicoanalitico lacaniano - Riconosciuta dal MIUR

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19/01/2019

di Paola Giovani

È stato dopo averle scritto una lettera con cui chiedevo l’iscrizione alla sua scuola, il Laboratorio Freudiano per la formazione degli psicoterapeuti di Roma, che ho incontrato la dr.ssa Muriel Drazien.

  Sono arrivata da lei con la speranza di una scuola non dottrinale, scelta sulla base di due significanti per me centrali: laboratorio, invece di scuola, e trasmissione, soggettiva e singolare, invece di lezione appresa, rappresa, di un sapere tramandato nell’infallibilità illusoria di una doxa

  Il desiderio, la capacità clinica, il talento particolare che la dr.ssa Muriel Drazien aveva di ascoltare, leggere una domanda indirizzatale nel transfert, lettura di una lettera, è quello che più mi ha toccata nella mia analisi, analisi imprescindibile dalla mia formazione clinica al Laboratorio Freudiano di Roma, negli anni della sua direzione. Imprescindibile è stato nell’insegnamento della dr.ssa Drazien, per quello che ne ho potuto cogliere, l’intreccio, per ognuno di noi, di noi che abbiamo il desidero di dirci analisti, tra le proprie questioni, i propri problemi, i propri sintomi e la clinica, soprattutto quella delle psicosi. 

  Da questo punto di vista, sappiamo che non è stato certamente scelto per un puntiglio il nome “Laboratorio Freudiano per la formazione degli psicoterapeuti”, dove la specificazione cruciale che vi compare attiene alla dimensione del sapere. Un sapere che mette in tensione la propria formazione come allievi e analizzanti con il termine della propria analisi. Da un lato c’è il diploma che alla fine della scuola autorizza a esercitare la psicoterapia, mentre sta su un altro versante, ossia quello della fine dell’analisi, la messa alla prova del proprio singolare desiderio d’analista. Dimensioni non coincidenti, sulle quali ciascuno è portato a interrogarsi e a trovare il suo punto di limite nell’analisi, un’analisi di linguaggio dove si incontra l’impossibile completezza della decifrazione del sintomo, del godimento del proprio sintomo.

  Sintomo sul quale rimangono per me indimenticabili le lezioni tenute dalla dr.ssa Muriel Drazien nel suo seminario “Lacan con Joyce: Il Sinthomo” (2012-2013). Indimenticabili per il suo modo di lavorare con noi i testi, da analizzante, senza tenere lezioni frontali. Sorprendenti per il suo desiderio di condividere con noi il suo raffinato e approfondito commento ai testi di Lacan e di Joyce, sviluppato con una ricerca personale in tanti anni di studio. Un seminario che io considero al cuore del suo insegnamento e che per me è stato la scoperta della clinica borromea di Lacan e della scrittura di Joyce, e più in generale di quel rapporto dell’uomo con il linguaggio inteso come parasite parolier, cioè come sua affezione specifica. Dunque, un insegnamento che non è stato senza effetti soggettivi nella mia stessa formazione e analisi.

  Ci tenevamo a questo insegnamento, come lei teneva alla formazione dei suoi analizzanti per i quali considerava ineludibile, o come lei diceva incontornabile (con un termine preso dal francese incontournable), l’esperienza clinica nei servizi psichiatrici, luogo dove ineludibile è appunto l’incontro con il senza contorno, il senza bordo, del Reale della clinica, accostato attraverso quei casi gravi che raramente si vedono negli studi privati. Oltre a questo, riteneva indispensabile lo studio delle presentazioni di Lacan all’ospedale Sainte-Anne e le numerose, ricchissime conferenze incentrate sugli aspetti più originali della ricerca attuale soprattutto sulla clinica delle psicosi.

Giunto il termine del suo insegnamento, mi auguro di poter mettere al lavoro quanto singolarmente ne ho potuto cogliere, con il desiderio di ritrovare uno spazio psicanalitico dove situare la pratica e dove condividere una riflessione sulle forme spesso enigmatiche del disagio attuale. E su questo, credo di concludere al meglio con le sue chiare parole (Le mie sere con Lacan, 2012):

 

“La questione di fondo, ancora attuale, e non soltanto per l’Italia: per chi si presenta come analista si tratta del legame sociale, vale a dire ciò che riguarda la sua pratica e i suoi rapporti con la comunità psicanalitica. Si tratta di riconoscersi tra gli altri, riconoscersi in un sapere, perché un analista non può praticare da solo. Si tratta di sapere, quello che solo un’analisi portata alle sue estreme conseguenze può liberare. Come sostenersi nella propria pratica, altrimenti? Grazie a che cosa? Una performance, direbbe Lacan.

«L’analisi non consiste nel liberarsi dei propri sinthomes, l’analisi consiste nel sapere perché si è invischiati. Certo dipende dal fatto che c’è il Simbolico, il linguaggio. S’impara a parlare e questo lascia delle tracce» (Le moment de conclure. Séminaire 1977-1978) ”.

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